
Massimo Gaudieri
Nel corso del tempo ho maturato considerazioni e prassi sul colloquio che approdano ad un colloquio dinamico in cui, fin dalle prime battute, privilegio l’instaurarsi di una potente relazione di transfert e controtransfert, in cui la regola rigida è che sia sempre analizzabile.
Introduzione
In molte occasioni i nostri clienti arrivano con un carico di dolore travolgente trasferendoci aspettative magiche circa la potenza dei nostri interventi.
Possono anche essere informati circa i limiti e possibilità del nostro ruolo e la componente soggettiva, per quanto involontaria, nella genesi del disagio; solo in alcuni casi queste informazioni contribuiscono alla determinazione di un contratto chiaro e quindi alla individuazione di un determinato piano di azione; in molte altre occasioni l’accoglienza del dolore e del disagio determina inevitabilmente il nostro modo di agire condizionando un nostro polo genitoriale nella relazione che non sempre risulta analizzabile.
Questa catena di eventi sicuramente favorisce l’empatia e la presa in carico del paziente, ma ritengo un errore equiparare l’empatia con l’alleanza; la teoria della mente a cui faccio riferimento, la cui cornice generale è rappresentata dall’Analisi Transazionale, mi porta ad immaginare che le persone si trovino a maneggiare diversi Sistemi di Credenze non sempre conciliabili fra di loro e non sempre chiaramente consapevoli.
E’ una teoria che sicuramente include l’idea della presenza di elementi introiettivi limitanti (possono essere definiti Super Io, Ingiunzioni, Controcopione, Copione, ecc.) ma individua in queste presenze limitanti solo un aspetto della costruzione psichica individuale; viceversa l’idea organizzatrice è che l’individuo, nella difficile gestione delle proprie spinte istintuali inconciliabili, nel corso dell’esistenza organizzi dei PSC (Pensieri, Stati d’animo, Comportamenti o Sistemi di Credenze) coerenti al loro interno ma conflittuali fra di loro utili a gestire nel quotidiano la contraddittorietà delle diverse esigenze (consapevoli o inconsapevoli).
Semplificando queste affermazioni la convinzione è che in ultima istanza il conflitto non sia fra un “devo” ed un “voglio” ma fra diversi “voglio” che l’individuo persegue in parte consapevolmente ed in parte inconsapevolmente.
Questo mi consente di leggere in modo produttivo le resistenze che le persone attivano, abbandonando l’ipotesi che le persone siano portatrici di spinte verso il proprio benessere contrapposte a spinte verso l’autodistruzione in una sorta di lotta fra il bene ed il male che si svolge nei confini del nostro Io. Ipotesi a tratti rassicurante per l’operatore che, in caso di fallimento, può consolarsi con la considerazione che nulla ha potuto contro la “natura maligna”.
Queste considerazioni, insieme alla teoria della presenza di spinte istintuali inconciliabili in perenne ed endemico conflitto, ampiamente ci rende comprensibile il fenomeno per cui un cliente, che viene volontariamente a sottoporsi ad un trattamento, mostra palesi resistenze.
Le strategie di cui è portatore, per quanto disfunzionali, sono comunque state elaborate con la stessa finalità per cui viene a sottoporsi al trattamento: favorire il maggiore benessere possibile (1).
Conseguenza di questa breve premessa è che considero la struttura del colloquio decisamente subordinata all’approccio e quindi alla teoria della mente che orienta il Counselor e, poiché la Psicologia ed il Counseling hanno prodotto sostanzialmente Teorie Scientifiche che, nella quasi totalità delle affermazioni, non raggiunge il primo livello di verifica Scientifica (2), questo comporta che anche lo stile del colloquio deve fare riferimento alla cornice teorica di riferimento, viceversa approcci “integrativi” risultano confusivi e pasticciati quando sono il risultato di sommatorie semplificanti, al posto che essere il prodotto di reali integrazioni generatrici di nuovi modelli teorici o essere il prodotto di un ipotetico Rasoio di Occam (3).
Proseguo entrando immediatamente nel vivo dell’argomentazione attraverso la riproposizione di un primo colloquio decisamente atipico che ci aiuta a dare senso alle considerazioni di sopra.
Un primo colloquio atipico
Anni fa, alla fine di un trattamento terminato con buon esito, una cliente decise di mandarmi una mail di ringraziamento.
Mi raccontava l’avventura vissuta con me, nel trattamento analitico, dal suo punto di vista, partendo dal racconto delle quattro esperienze precedenti da cui era fuggita, e quindi un breve resoconto del nostro primo incontro.
Di seguito vi trascrivo uno stralcio della parte iniziale della sua lettera, quella in cui racconta il nostro primo incontro:
“ … arrivo dal quinto analista… ormai ne avevo viste e sentite abbastanza, quindi non mi sono stupita più di tanto quando, chiesto al quinto analista ‘Cosa posso fare quando mi viene un attacco di panico?’ mi sono sentita rispondere : ‘Fai tre saltelli sul piede destro, tre sul sinistro e dieci flessioni…’!
Lo avrei catalogato immediatamente nel girone dei pazzi furiosi assieme ai quattro che lo avevano preceduto, se non fosse per un fatto: avevo troppa stima e fiducia nella persona straordinaria che mi aveva fatto il suo nome. Gli ho dato una chance…”
Alcune premesse
Questo breve intervento contiene delle premesse ed ovviamente un seguito, che qui riassumo insieme ai commenti sull’intervento evitandovi la noia di una lunga trascrizione della seduta.
Come anticipato nell’introduzione questa è un’occasione in cui la cliente arriva da me con un carico di dolore travolgente trasferendomi aspettative magiche circa la potenza dei miei interventi.
La situazione è presa dall’ambito clinico ma non è dissimile da quella che ci può portare un cliente che in conseguenza di quella che per lui è una apparente ed “improvvisa” rottura di una relazione amorosa, di un matrimonio, o la perdita di un lavoro, e ci manifesta un analogo affido.
Anche se la persona, come in questo caso, è informata sia circa i limiti che le possibilità del nostro ruolo, sia circa la componente soggettiva, per quanto involontaria, nella genesi del sintomo; queste informazioni comunque non contribuiscono alla determinazione di un contratto chiaro e quindi alla chiara individuazione di un determinato piano di azione; viceversa il disagio tumultuoso spinge la relazione verso un’accoglienza genitoriale che non sempre risulta analizzabile.
La catena di eventi che scaturisce da un ascolto accogliente, che non ci pone come polo dialettico ed esperienziale nella relazione, se contiene i rischi di un’accoglienza genitoriale, sicuramente favorisce l’empatia e quindi la presa in carico del paziente, ma ritengo un errore equiparare l’empatia con l’alleanza o, meglio ancora, ritengo che l’empatia non possa essere utilmente ristretta al concetto di accoglienza, (4,5)viceversa ritengo che dare espressione utile (e quindi in forma produttiva e protettiva) alla varietà dei nostri vissuti sollecitati nella relazione analitica rappresenti meglio ciò che intendo per empatia, anche se in seguito userò il termine empatia per individuare la forma ristretta della stessa che spesso viene adottata nei vari setting.
Riprendendo le affermazioni della premessa ed ovvero che in ultima istanza il conflitto non sia fra un “devo” ed un “voglio” ma fra diversi “voglio”che l’individuo persegue, in parte consapevolmente ed in parte inconsapevolmente, attraverso complessi sistemi di credenze che veicolano sia le parti egoiche egosintoniche che quelle egodistoniche e relegate nei recessi dell’inconscio, abbiamo che l’intervento riferito dalla cliente, diventa intellegibile.
Quella che sembra una feroce provocazione, una transazione esasperante (6), ed una palese ‘dispatia’ ovvero una sorta di incapacità e/o rifiuto di condividere i suoi sentimenti o le sue sofferenze, risulta essere un potente modo, attraverso il dare espressione a ciò che mi ha suscitato, di spostare l’attenzione della cliente sul tipo di relazione che tende ad instaurare con me; ed è evidente la sua ricerca di una relazione simbiotica, per cui insieme constatiamo come sia molto probabile che la relazione così proposta sia condannata al fallimento e/o all’improduttività, confermandosi una sorta di pendolo in cui mentre si consolida nell’idea di dover dipendere da qualcuno, a causa del suo disagio, mantiene un atteggiamento ostile e distaccato dalle persone a cui fa ricorso a causa della loro impotenza a procurarle un sollievo duraturo.
Il porre l’attenzione sulla nostra relazione attraverso una accelerazione provocativa dei processi, ci ha consentito di rendere rapidamente visibili le parti egoiche coinvolte e quindi di focalizzarci rapidamente sul contratto e sulla costruzione di una alleanza così come la concepisco all’interno della cornice teorica a cui faccio riferimento.
Il sintomo
Abbandoniamo l’esempio e facciamo alcune riflessioni sul sintomo.
La considerazione che il sintomo sia l’espressione di un disagio è cosa comune; che rappresenti la possibilità di ottenere dei vantaggi secondari è un’acquisizione consolidata nella letteratura e nella prassi quotidiana sia clinica che del counseling.
Lo scenario che brevemente ho indicato circa il funzionamento della mente ci suggerisce anche un valore omeostatico del sintomo.
Questa considerazione è già in parte contenuta negli scritti di E.Berne, successivamente ampliata da J.James, ed è ulteriormente approfondita in autori recenti (P.Clarkson, W. Cornell, M.Gaudieri).
Brevemente qui sottolineo la considerazione che il sintomo è appunto un elemento omeostatico che può consentire:
1) a parti egoiche accantonate di venire momentanemante alla luce;
2) ad esigenze istintuali negate, in quanto incompatibili con il Sistema di Credenze privilegiato, di trovare sbocco ed espressione (o in una espressione momentanea o in un tentativo di ribaltare l’ordine stabilito dal Sistema di Credenze privilegiato);
3) condizionando la vita del soggetto, può consentire di ridurre la tensione interna senza alterare l’immagine mentale che ciascuno ha di sé;
4) sicuramente attraverso il prezzo della sofferenza che il sintomo comporta, può consentire alla persona di continuare ad evitare il confronto con dinamiche esistenziali con cui non ha saputo rapportarsi e con cui, molto probabilmente ancora oggi avrebbe difficoltà ad interfacciare.
Di una persona passivo-aggressiva (o con una personalità con tratti evitanti) possiamo vedere appunto i comportamenti passivi, ascoltare il suo racconto delle difficoltà relazionali, la sua richiesta di aiuto a migliorare le sue relazioni; certamente non è pienamente visibile, anche se intuibile, la sua profonda rabbia nel percepire il suo bisogno degli altri, certamente è celato ai suoi occhi, come ai nostri, il profondo bisogno simbiotico dell’altro e la sua esigenza di relazioni che soddisfino il criterio del “tutto o nulla”.
Guardando ad una situazione del genere, come ad altre relative ad altre problematiche, prende significato l’affermazione del valore omeostatico del sintomo.
L’alleanza
Questa teoria della mente mi porta ad immaginare l’alleanza con il cliente decisamente differenziata dall’empatia, o quantomeno differenziata dall’empatia intesa in termini restrittivi; ovviamente non si escludono, ma nella mia gerarchia procedurale l’alleanza sicuramente ha priorità e non rappresenta un derivato dell’empatia stessa.
Alcuni autori ci hanno abituati a concepire l’empatia (accoglienza) come un evento imprescindibile della relazione terapeutica e mezzo stesso della terapia; ed in alcuni casi è stata individuata come un intervento ristoratore e riparatore del Sé, una sorta di rigenitorizzazione di tendenze narcisiste.
E’ evidente che queste influenze culturali ci possono far immaginare come trasgressivo tutto ciò che in qualche modo interferisce con l’empatia intesa come accoglienza.
Il passo a considerare utili le manifestazioni del transfert positivo, viceversa immaginare come una minaccia al processo analitico le manifestazioni negative del transfert, è breve.
In altre sedi mi occupo di sviluppare questa considerazione, qui mi limito a constatare che nella mia esperienza, tutte le manifestazioni del transfert sono utili al processo di cambiamento, in quanto comunque espressioni di parti egoiche coinvolte nel funzionamento disfunzionale della mente. Ovviamente l’utilità è conseguenziale alla analizzabilità delle manifestazioni transferali; questo comporta che una manifestazione transferale è da considerarsi negativa quando non è analizzabile, qualunque sia il contenuto del transfert.
In questa cornice l’alleanza che promuovo è letteralmente la creazione di uno scenario in cui io ed il cliente siamo alleati “contro” il funzionamento disfunzionale e siamo attivamente alleati e cooperanti nella ricerca di modi nuovi di gestire le proprie esigenze.
La determinazione di questo accordo o contratto rappresenta l’alleanza, e l’alleanza rappresenta la misura della solidità del contratto.
Il colloquio direttivo e generativo
Sicuramente lo stralcio riportato in apertura di questo intervento è un primo colloquio atipico nella forma ma non è atipico nella filosofia.
Primo scopo del colloquio è generare un contratto e per generarlo dobbiamo già attivare una prima decontaminazione o evidenziazione delle parti egoiche coinvolte (7); un modo di favorire la decontaminazione è rendere la relazione Analista -Analizzando, e quindi gli aspetti transferali connessi, osservabile.
Queste considerazioni ci portano ad una concezione del colloquio diversa da quell’ascolto rispettoso, accogliente, discreto, non interferente, sostanzialmente passivo che ancora troviamo in letteratura.
Molti approcci che fanno capo alla grande famiglia degli approcci Umanistici, condividono l’idea che il colloquio sia un incontro dinamico bilaterale che ha come obiettivo generare fenomeni.
Sicuramente si muove in questa direzione la Psicoterapia della Gestalt, gli autori che si riconducono al modello sistemico relazionale e suoi recenti sviluppi (penso ai narrativisti e costruttivisti), o autori come la P.Clarkson che propongono un approccio Analitico Transazionale Integrato.
Un colloquio direttivo e generativo, quindi attivo e bilaterale, è sottoposto a regole precise che ne incanalano l’attività.
Vediamo la successione di passi che vanno rispettati affinchè il colloquio generativo, pur essendo un colloquio francamente direttivo, mantenga una bilateralità contrattuale nella relazione.
L’interrogazione: sicuramente un colloquio generativo prevede una raccolta attiva dei dati rilevanti; pertanto l’interrogazione viene ampliamente usata per raccogliere dati circa i sistemi di credenze del nostro cliente.
Un colloquio direttivo è sempre sul filo del rischio di trasgredire la regola della neutralità, proponendo un contesto potentemente adattativo (in termini di dipendenza o controdipendenza) a quelle che possono essere interpretate come le aspettative dell’operatore; pertanto faremo attenzione a non cercare mai più informazioni del necessario, e ci aiuteremo a ridurre questo rischio sicuramente mantenendoci all’interno di ciò che è pertinente con la richiesta di aiuto, utilizzando le indicazioni della linguistica (8) che ci aiutano a riconoscere quando il linguaggio tradisce la presenza di parti inconsapevoli (inconsce o preconsce che esse siano), facendo riferimento ai principi base della logica (9).
In quelle situazioni in cui il forte stress emotivo inficia il principio di realtà, l’interrogazione può essere vissuta come un intervento provocativo; questo può accadere anche quando l’interrogazione è riferita all’esplorazione di vissuti egosintonici, di cui il nostro cliente da per scontata l’universalità.
La specificazione è una dichiarazione da parte dell’analista finalizzata a categorizzare alcune informazioni e consiste o in una riesposizione di quanto ci ha detto il cliente, o in una informazione aggiuntiva attraverso l’indicazione di legami fra vari contenuti espressi dal cliente in diversi momenti.
In un colloquio direttivo la specificazione è un intervento centrale, in quanto consente di conservare la bilateralità della relazione bilanciando il potere dei due soggetti, analista e cliente.
La specificazione non può mai essere un modo di rendere più “accettabile” una propria ipotesi; è normale fare ipotesi, ma quando questo avviene vanno presentate come tali, ed in quanto tali verificate con il nostro cliente; altra cosa è fare interpretazioni, come vedremo tra breve.
Pertanto dovremo fare attenzione a non specificare “informazioni” che non sono state precedentemente esplicitate.
La confrontazione, consiste nell’evidenziare l’incongruenza di affermazioni attuali, attraverso il confronto con informazioni precedentemente ottenute o nello stesso incontro o in momenti precedenti.
Questo intervento aiuta a mettere in chiaro come diverse parti del nostro cliente si esprimano in uno stesso fenomeno, e quindi a rendere oggetto di esplorazione le esigenze di ciascuna parte coinvolta in ciò che viene riferito.
La confrontazione è un intervento che apre ad una riflessione produttiva sul causa – effetto, ovvero è un intervento che si muove nella direzione della decontaminazione e pertanto non va sprecata.
La spiegazione, è un intervento che rinforza la decontaminazione e letteralmente consiste in una spiegazione circa quello che riteniamo stia accadendo, è un intervento totalmente concatenato con i tre precedenti (interrogazione, specificazione, confrontazione).
Una “spiegazione” che non poggia sui tre interventi precedenti non è una spiegazione ma rappresenta l’illusione dell’operatore di poter “leggere la mente” del proprio cliente.
Una spiegazione che non risponde alla regola delle tre C (essere chiara, concreta e concisa) è segno che non era stata sufficientemente preparata e/o non è giustificata dagli elementi a disposizione nell’incontro, pertanto o è una “lettura della mente” o è un tentativo genitoriale/manipolatorio dell’operatore di “convincere” il cliente a qualcosa.
L’illustrazione, è l’utilizzo di un aneddoto, di una similitudine, un paragone che, come la spiegazione, ha lo scopo di rinforzare una confrontazione riuscita; è letteralmente un’interposizione allo scopo di divaricare l’egodistonia o, detto in altro modo, un modo per facilitare una parte osservante delle parti egoiche coinvolte. Questo comporta che utilizzeremo l’illustrazione solo quando il cliente è sufficientemente rassicurato e cooperativo, come per la spiegazione, l’illustrazione non è un modo di convincere il nostro cliente di qualcosa, ma serve a consolidare e generalizzare qualcosa che è mutualmente riconosciuto.
La conferma è un intervento dell’analista a supporto della confrontazione e dell’illustrazione, ovvero l’analista attende che il cliente offra ulteriore materiale che confermi gli interventi precedenti; questo intevento è strettamente correlato ai precedenti ed a differenza dell’illustrazione, che consente una convalida della decontaminazione ed una generalizzazione sul piano strettamente intellettuale, questo consente gli stessi effetti ma radicandosi nell’esperienza reale del cliente.
Come i precedenti non è un modo di “convincere”, generare una consapevolezza, ma di ampliare una consapevolezza già esistente; l’interruzione di uno scambio fluido, il manifestarsi di bracci di ferro sono sintomi che abbiamo contravvenuto in qualche punto la bilateralità.
I 6 passi precedenti devono essere considerati i binari su cui si sviluppa un colloquio direttivo e generativo, vanno considerati passi concatenati attraverso i quali ci muoveremo continuamente durante il colloquio.
Due successivi interventi vanno considerati come eventi più occasionali, la cui costruzione richiede più tempo e quindi non possono essere individuati come elementi ordinari del colloquio, e sono: l’interpretazione e la cristallizzazione;
L’ interpretazione è un intervento finalizzato a ridurre la confusione del nostro cliente e quindi favorire ridecisioni che possano riorganizzare il funzionamento della mente; successivamente ad una approfondita decontaminazione, in cui abbiamo chiarito i sistemi di credenze coinvolti nell’agire attuale, ci spostiamo verso la lettura delle dinamiche pulsionali che sottostanno i diversi sistemi di credenze, avendo lo scopo di favorire un’accettazione delle varie parti del sé, ed una riorganizzazione integrativa.
L’interpretazione può essere svolta sia attraverso una rilettura delle esperienze attuali alla luce delle esperienze, le credenze ed i vissuti arcaici o, viceversa, attraveso una lettura delle esperienze attuali alla luce della molteplicità pulsionale che si esprime nel qui ed ora.
L’interpretazione richiede diverse cautele che qui tralascio per brevità;
La cristallizzazione è una affermazione finale che stigmatizza la posizione del cliente alla luce degli interventi precedenti. In particolare stigmatizza la posizione che deriva dall’interpretazione ed è il momento in cui il cliente si trova al “bivio delle scelte”.
Come l’interpretazione non è un intervento routinario, ma chiude la fase della decontaminazione e determina, insieme all’interpretazione, lo scenario ed il materiale della ridecisione;
Un errore comune è quello di confondere il colloquio direttivo e generativo con una conduzione del colloquio impositiva e/o seduttiva e/o manipolativa, ed è anche la critica più comune che viene rivolta a questo tipo di colloquio.
Rimando alla letteratura, ed in particolare al volume “Il libro nero della Psicoanalisi” con la sua ampia ricerca sul modello Psicoanalitico e il colloquio che ne deriva, per gli approfondimenti su come il colloquio “non direttivo”possa scivolare verso fenomeni impositivi e/o seduttivi e/o manipolativi; va da sè che dare una chiara direzione procedurale al colloquio, ed in questo avere un ruolo attivo all’interno dello scambio, è cosa diversa dal realizzare una relazione francamente simbiotica, e quindi trasgressiva, in cui l’operatore, giunto insieme al cliente al bivio delle scelte, si incammina lungo questo percorso con vissuti fusionali e simbiotici dove le proprie scelte vengono percepite confusivamente come combacianti con quelle del cliente.
E le eccezioni?
Ci sono situazioni in cui il nostro cliente ci chiede fortemente di intervenire nella sua vita come se fossimo delle reali figure genitoriali; questo avviene non solo in quelle patologie particolarmente regressive, ma anche in situazioni che non ricadono in una cornice psicopatologica, bensì sono espressione di momenti di forte stress emotivo in cui il soggetto, che generalmente ha un buon rapporto con il reale, si trova in una situazione critica e bloccata in cui la percezione del reale, anche se riferita ad aspetti settoriali, è inficiata.
E’evidente che in questi casi l’obiettivo prioritario è fermare o frenare fenomeni critici che possono compromettere sensibilmente e/o definitivamente il nostro cliente;
Questo determina che ci sono situazioni in cui possiamo accogliere l’investimento genitoriale, pur non scivolando in un controtransfert confusivo.
C’è un’ampia letteratura a sostegno di queste affermazioni, ovviamente è maggioritaria la letteratura di ambito clinico; qui cito solo alcuni autori che sono stati dei capisaldi: Sechehaye (1955), Rosen (1962), Schiff (1975), Racamier (1980).
Il colloquio in questi casi si discosterà dagli 8 passi citati e prenderà la forma di un colloquio caratterizzato da interventi genitoriali come la rassicurazione, la persuasione, l’esortazione ed il sostegno.
Gli interventi genitoriali hanno sicuramente il merito di favorire l’interruzione di situazioni critiche intercettando quei fenomeni transferali tumultuosi (anche definiti di “Psicosi di Transfert”), ma hanno anche il grande demerito di favorire una relazione simbiotica e quindi di dipendenza tra il cliente e l’analista che sortirà da ostacolo all’autonomia del cliente stesso.
Anche se gli interventi genitoriali vengono troppo spesso (10) agiti al di fuori di un piano di lavoro e sono la conseguenza di un coinvolgimento controtransferale pernicioso da parte dell’operatore, rimangono interventi utili in alcune occasioni e decisamente delicati.
Coniugare gli interventi genitoriali, che hanno come effetto quello di affrontare l’emergenza, con quegli interventi più specificamente analitici che hanno come obiettivo la risoluzione del funzionamento disfunzionale della mente, è complesso ma essenziale; qui sottolineo solo due aspetti che possono facilitare questa integrazione: uno è rappresentato dall’importanza di rimandare sempre l’informazione che stiamo agendo un ruolo genitoriale, ovvero nel contempo che l’agiamo rendere la relazione simbiotica, che di fatto si sta concretizzando, osservabile ed analizzabile; l’altro aspetto è un approfondimento del primo che sintetizzo con la formula di aderire, confrontare ed interrompere (anche se potenzialmente) la simbiosi in un unico asse temporale.
L’integrazione degli interventi genitoriali con gli interventi analitici è da tempo al centro dell’attenzione mia e dei colleghi ed allievi che fanno riferimento al Centro Partenopeo di Analisi Transazionale. Vi rimando ai più recenti contributi della collega G.Galise che troverete in bibliografia.
E del sintomo che ne facciamo?
Un quesito che quindi dobbiamo spesso risolvere è quello relativo a cosa dobbiamo fare del sintomo, ed è un quesito che si trova a fronteggiare sia il clinico che il counselor, in quanto indipendente dal tipo di disagio lamentato.
Che faccio, ne parlo? Lo ascolto e quindi lo accantono?
L’atteggiamento nei confronti del sintomo è vario: i due più diffusi sono o di accantonare l’esplorazione del sintomo o lavorare direttamente nella lotta al sintomo stesso.
Il primo atteggiamento privilegia l’esplorazione dei fenomeni inconsapevoli che possono essere all’origine del sintomo, ed è un atteggiamento scarsamente focalizzato che sicuramente favorisce un “viaggio”nella coscienza, ma può ampiamente discostarsi dal ripristino del benessere e la soluzione di un disagio.
Il secondo atteggiamento sicuramente non perde di vista la centralità del “prendersi cura” del disagio e sicuramente promuove procedure che danno priorità al ripristino di un benessere interrotto; questa è anche la leggittima aspettativa con cui si rivolgono a noi i nostri clienti ovvero poter tornare all’equilibrio che vivevano prima della crisi sintomatica.
Quest’ultima aspettativa, sia dell’operatore che del cliente, nella quasi totalità dei casi frana di fronte ad una semplice raccolta anamnestica ben condotta che ci porta a vedere che l’equilibrio interrotto o non esisteva o era fragile ed instabile, viceversa impegnarsi in una lotta diretta contro il sintomo spesso provoca una dipendenza irrisolvibile e comunque uno sbilanciamento del potere nella relazione.
C’è da considerare che nel rapporto fra un professionista ed il suo cliente il fatto che ci sia uno sbilanciamento del potere determinato dal sapere è cosa normale, certamente è l’ingegnere e non il suo cliente a decidere circa la fattibilità di un intervento e quindi sulla necessità stessa dell’intervento; nel mondo psicoqualcosa questo sbilanciamento è semplicemente arbitrario e quando si realizza è semplicemente complice delle istanze regressive e simbiotiche del nostro cliente, questo perchè la quasi totalità delle nostre affermazioni poggiano su teorie e questo comporta una forte componente di empiria nei nostri interventi con l’evidente necessità di un bilanciamento dei poteri nella relazione terapeutica, bilanciamento che non è questione etica (anche) ma necessità di condivisione del proggetto e delle verifiche.
Circa l’inopportunità di un atteggiamento che si basa su una lotta diretta contro il sintomo ci sono altre e varie considerazioni e le più significative ruotano attorno alla constatazione della migrazione dei sintomi stessi.
Sicuramente l’aspettativa del nostro cliente è di liberarsi rapidamente del disagio, ma il fatto che il sintomo è sicuramente il prodotto di un funzionamento disfunzionale della mente determina che l’atteggiamento pratico è quello che tiene conto dell’urgenza di superare il sintomo mentre si individuano gli aspetti disfunzionali e quindi le strategie ridecisionali.
Una modalità di cui ho verificato l’efficacia è “l’esplorazione dell’ambiente limitrofo al sintomo” (11); come per i giochi psicologici (12) possiamo individuare almeno sei vantaggi che la persona, in parte inconsapevolmente ed in parte consapevolmente, si procura attraverso il sintomo e consistono in un vantaggio sociale interno ed esterno, un vantaggio psicologico interno ed esterno, un vantaggio esistenziale e quindi un vantaggio biologico.
Vediamo prima cosa si intende e quindi entreremo nella procedura, che è la parte che riguarda il colloquio.
Una cliente ha ben sintetizzato, alla fine del trattamento cosa si intende e parlando del sintomo con cui era venuta, attacchi di panico, fa le seguenti affermazioni: “…mi rendo conto che inizialmente immaginavo che il sintomo fosse un estraneo, qualcosa di squilibrante, in realtà mi rendo conto che il sintomo metteva in crisi solo una parte di me, quella parte guappa che pensava di fregarsene degli altri; quello (il sintomo), invece era una boccata d’aria che finchè ragionavo in quel modo mi consentiva di mantenere i rapporti essenziali, oggi è tutt’altra cosa… non ho certo bisogno dell’ansia per chiedere aiuto…”
Nella descrizione troviamo raccolti tutti gli elementi dei vantaggi del sintomo, quello sociale interno ed esterno è rappresentato dalla possibilità di chiedere aiuto, appoggiarsi che viceversa non viene agita; quello psicologico interno ed esterno è rappresentato dalla possibilità, mentre si chiede sostegno, di non mettere in discussione il proprio sé ideale, quello della “guappa”, vissuto in modo egosintonico che è anche il sé che sostiene l’autostima e le gratificazioni quotidiane, insomma il chiedere aiuto è giustificato dalla situazione d’emergenza, altra cosa è il quotidiano; il vantaggio esistenziale coincide con la possibilità di confermarsi un’immagine di sé grandiosa, autonoma (intesa come controdipendenza o indipendenza dagli altri, senza concepire emotivamente l’interdipendenza); il vantaggio biologico del sintomo è rappresentato da “quella boccata d’aria” di cui parlava la cliente, ovvero di soddisfare momentaneamente una “fame” di accudimento, di accoglienza, altrimenti negata, ed in questo si concretizza la funzione omeostatica del sintomo.
Il sintomo nel colloquio
Per poter riconnettere il sintomo con i suoi significati omeostatici, nel colloquio daremo spazio all’esplorazione di quale stile di vita il sintomo permette/impone, quale sistema di credenze su di sé, gli altri, il mondo provoca, quale vissuto si genera in noi di fronte al sistema di credenze provocato dal sintomo, quale sistema di credenze viene messo in discussione e/o minacciato dal sintomo, quale limitazione ci impone il sintomo e quale tipo di comportamento ci impone, come questo si inserisce nella nostra programmazione esistenziale; in pratica esploreremo con metodicità i vantaggi facendo attenzione che nel procedere dall’esterno verso l’interno, i fenomeni più facilmente accessibili saranno quelli collegati con i vantaggi sociale, interno ed esterno, ed il vantaggio psicologico, interno ed esterno, viceversa l’individuazione del vantaggio esistenziale e quindi biologico richiede tempo e sicuramente la costruzione di una struttura psichica che possa osservare questi fenomeni, pertanto l’individuazione di questi aspetti è il risultato di una decontaminazione approfondita, ed apre la strada a processi ridecisionali.
Di seguito riporto un brano che consente una sintetica esemplificazione di come inserire il sintomo nel colloquio, ho scelto lo scambio con un cliente che si trova nella fase terminale del trattamento e che mostra una regressione a momenti precedenti della sua organizzazione psichica, per intenderci era regredito alle modalità con cui era arrivato al trattamento stesso.
La scelta di una situazione regressiva in una fase avanzata del trattamento ci consente di osservare in un breve scambio l’omeostaticità del sintomo.
Cliente: “…(arriva in seduta con forti vissuti depressivi che chiudono un periodo decisamente positivo di apertura verso gli altri e di iniziative autonome) …sono stato molto male durante la settimana, non ho fatto altro che pensare che alla fine è tutto inutile (si ferma e piange)… poi l’idea che mia madre possa morire…”
Quest’ultima affermazione genera un veloce scambio con il gruppo che porta all’evidenza che il timore non ha nell’immediato basi reali (la madre gode di ottima salute) e che quindi il pensiero è di natura ossessiva, e si chiude con l’affermazione provocatoria di un compagno.
Compagno di Gruppo: “… insomma, sei insopportabile, gli stai tirando i piedi a quella povera donna …non rompere i …… e goditela…”
Cliente: “ … come se lo facessi apposta, (quindi rivolto all’Analista) … come posso fare per non fare più questi pensieri?”
Analista: “Dimmi, questi pensieri che effetto hanno su di te, … mi fanno sentire obbligato a…?”
Cliente: “Mi chiudo…ma voglio che tu mi aiuti a non farli,…come posso fare?
Analista: “Non ho idea …” (la risposta è un voluto e palese incrocio attraverso una transazione esasperante che assume un sapore provocativo, lo scopo è facilitare uno spostamento nel transfert dei vissuti connessi con il sintomo)
Cliente: “ Beh, l’ho capito che non dai consigli, ma se non mi dai una mano in una situazione del genere che ci vengo a fare…??”
(Il contenuto dell’affermazione appare decisamente aggressivo, ma il tono rivela dispiacere)
Analista: “Dici cose aggressive ma il tono è dispiaciuto, cosa ti fa dispiacere?”
Cliente: “ Certo che sono dispiaciuto, mi sento lasciato solo…”
Analista: “E’ vero, mi spiace, e… mentre ti senti lasciato solo cosa ti dici su te stesso?
Cliente: “ Che non posso fidarmi di nessuno…
Analista: “ …ovvero se non mi posso fidare di nessuno mi tocca fare che cosa…?”
Cliente: “Chiudermi…
Analista: “… chiuderti è quello che fai anche come conseguenza ai tuoi timori (per la madre)…”
Cliente: “… mi passa la voglia, mi sembra tutto inutile…”
Analista: “… inutile rispetto a quale parametro?”
Cliente: “ … che non mi posso fidare…”
Analista: “Mi stai dicendo che non ti puoi fidare di nessuno come ti fidi di tua madre!!”
Cliente: “… con gli altri non è la stessa cosa…”
Analista: “Beh certo che non è la stessa cosa, ed in particolare qual’è la differenza?”
Cliente: “Che non posso dare nulla per scontato…”
Analista: “Quindi mi stai dicendo che con gli altri devi fare i conti con una reciprocità che non è obbligatoria con tua madre…”
Lo scambio prosegue portando il cliente a vedere come l’apertura degli ultimi tempi è vissuta come una minaccia al suo desiderio di “affidarsi” in legami protetti, scompaginando un copione che relega l’affetto nelle mura domestiche (rapporto con la madre), mentre affida ai rapporti con l’esterno un principale compito di saziare bisogni identitari.
In una fase del suo trattamento in cui sta dando valore alla creazione di legami affettivi al di fuori della relazione simbiotica, il timore della morte della madre è la rappresentazione del timore della morte di quella relazione simbiotica e, vista in questa ottica, la madre (intesa come rappresentazione interna) veramente è in condizioni di salute precaria……!!!
In questo breve scambio è evidente come il sintomo rappresenta un elemento omeostatico all’interno del vecchio sistema di credenze disfunzionale, integrarlo nel colloquio ci ha consentito di esplorare rapidamente i vantaggi e quindi i sistemi di credenze.
Conclusioni
Gli aspetti del colloquio che andrebbero rivisitati sono molteplici, rimando ad altri articoli e riflessioni per ulteriori approfondimenti.
Certamente non possiamo considerare il colloquio come un evento scorporato dall’approccio e dalla teoria della mente che lo genera e spesso le procedure e le regole che ne derivano sono coerenti solo all’interno della cornice teorica a cui si riferiscono.
Questo determina che possibili integrazioni possono essere realizzate con cautela e comunque sulla base di verifiche empiriche.
Sicuramente le regole e le procedure di un colloquio direttivo e generativo si discostano ampiamente da quelle che siamo abituati a conoscere del colloquio non direttivo, d’altra parte, quest’ultimo, è solo uno dei possibili colloqui che possiamo attivare.
Buon lavoro!
Note
1) Il suicidio potrebbe rappresentare un eccezione a questa mia riflessione anche se in realtà immagino che il suicidio non rappresenti un andare verso la morte ma piuttosto un allontanarsi estremo da una sofferenza intollerabile, mentre per i suicidi a carattere religioso sicuramente c’è un sistema di credenze molto radicato che porta a reificare la vita dopo la morte.
2)• Il primo livello di validità scientifica è quello delle prove riproducibili; è il livello che ci
consente di scoprire le leggi fondamentali della natura.
• Il secondo livello è quello degli eventi non riproducibili sotto controllo diretto, ma che si ripetono e sono osservabili nella loro pienezza; è il livello che ci consente di fare ipotesi circa le leggi della natura attraverso modelli e teorie e la loro capacità di prevedere gli eventi osservabili.
• Il terzo livello è quello degli eventi irripetibili che accadono solo una volta e che assumono validità quando gli eventi o sono osservabili dall’inizio alla fine o, almeno, è possibile ricostruire la loro evoluzione senza anelli mancanti, p. es. le teorie circa l’evoluzione umana sono appunto teorie, mancando diversi anelli di congiunzione che ci consentono di ricostruire l’intero percorso.
3) Il principio noto con il nome di Rasoio di Occam è quello secondo il quale tra due teorie esplicative di uno stesso fenomeno, che ambedue sono sopravvissute alla confutazione, va sempre scelta la più semplice; era l’atteggiamento che avevano gli studiosi all’alba della biologia scientifica, in modo da ridurre il campo della ricerca e quindi della verifica empirica.
4)Vedi anche P.Clarkson “ La relazione psicoterapeutica integrata”
5) Vedi anche C.Sills e H.Hargaden “Analisi Transazionale una prospettiva relazionale”
6) Vedi anche E.Berne “Analisi transazionale e psicoterapia: un sistema di psichiatria sociale ed individuale”
7) Con decontaminazione intendiamo il lavoro che porta al riconoscimento delle parti egoiche coinvolte nelle dinamiche riferite, intese come sistemi di credenze cognitivi, emotivi e comportamentali differenziati. Il riconoscimento dei sistemi di credenze è un requisito per il lavoro di riconoscimento e quindi rielaborazione e ridecisione delle dinamiche pulsionali sottostanti.
Quindi è un tipo di lavoro che non può essere appiattito alla semplice nominalizzazione di parti.
8) Un saggio che ben riassume le riflessioni della linguistica utili nel campo della psicoterapia è il volume di R.Bandler e J.Grinder “La Struttura della magia” Astrolabio, Roma, 1981
9) I principi base della logica sono quello di: non contraddittorietà, reversibilità, prevedibilità e verosimiglianza
10) Durante la mia attività di supervisore è stato uno dei fenomeni più frequenti l’individuazione, l’esplorazione e quindi la correzione di impropri comportamenti genitoriali da parte dell’operatore
11)Atti del 1° Convegno Ce.P.A.T. “L’Analisi Transazionale incontra la città: prospettive per il benessere e sfide cliniche” 30 Novembre – 1 Dicembre 2012, Napoli, Dinosauro Editore
12) Il concetto di “ambiente limitrofo al sintomo” è derivato dalla teoria dei giochi di E.Berne, per averne una sufficiente comprensione è utile la lettura di “A che gioco giochiamo” e “ Fare l’amore” di E. Berne, dell’articolo di J.James “Il pagamento positivo posticipato dei giochi” e dell articolo di M.Gaudieri “Giochi: un tornaconto istintuale ed intrapsichico”
13) Per approfondimenti sugli step seguiti vedi M.Gaudieri “La comunicazione Ipnotica nel Counseling Psicologico e nella Psicoterapia” tratto dall’omologo seminario, lavoro in corso di pubblicazione c/o Dinosauro Editore, www.psicologiaesalute.it o anche www.analisitransazionale.it