
Durante l’ultimo fine settimana di novembre di quest’anno, si è svolto il dodicesimo congresso nazionale della S.I.Co., Società Italiana di Counseling.
Come ogni anno, si sono raccolte nella sala del convegno numerose persone che cercano di portare avanti la crescita culturale del counseling in Italia, cercando confronto, novità ed aggiornamento, ma anche tentando il dialogo con le corporazioni di altri professionisti dell’aiuto, che vorrebbero riservare a sé tale ambito, ma anche con sé stessi, e la propria differenza che talvolta scivola verso il rischio della confusione.
Cercare di fare chiarezza intorno alle questioni del counseling è diventata una priorità della S.I.Co., che con questo congresso ha lanciato in maniera più evidente, già dal suo titolo: Il Counseling guida al cambiamento, la sfida alla confusione, all’artigianalità della professione, attraverso la crescita culturale dei counselor e delle loro competenze.
Un congresso, infatti, di forte impronta culturale e di confronto, con relatori pronti a motivare e dibattere come realizzare un aiuto ad una persona possa passare anche attraverso le metodiche del counseling.
Ma anche un congresso di ampio respiro, di amplificazione su temi che sono alla radice della Relazione d’Aiuto, e quindi anche del counseling come di altre professioni d’aiuto.
Si sono potuti assaporare discorsi di alta qualità, con riferimenti a differenti fonti culturali, che ci hanno ricordato come il counseling sia debitore al sapere filosofico e psicologico, ma anche portatore della novità del dialogo esistenziale d’aiuto, da svolgere con competente abilità e seria attribuzione di significato.
Proprio il senso, il significato nel divenire della relazione d’aiuto, si è evidenziato come luogo di lavoro con i propri clienti (soprattutto quando svolto da professionisti di altre discipline che implementano le proprie capacità acquisendo la metodologia propria del counseling), come specifico tema di confronto esistenziale per fronteggiare ciò che nella vita non avevamo previsto ci potesse accadere, ma anche come capacità, da parte del counselor, di saper riconoscere le aree adatte all’aiuto da porgere ed i limiti dello stesso, che possono partecipare e mai sostituirsi ad altre con obiettivi diversi, e di come costruire spazi e luoghi riconoscibili come specifici e non suscettibili di confusione.
Chi si rivolge ad un counselor, in ambito istituzionale ma anche di consultazione privata, giunge spesso con disorientata disperazione nella propria vita. Una spinta forte, primitiva, che rischia di far perdere anche il counselor in questo mare di incertezze e di risposte immediate, forse consolatorie ma difficilmente trasformative. Proprio la capacità del counselor di guidare, lungo percorsi di senso, permette di recuperare l’orientamento nella propria vita, e quindi di seguire le strade di cura più adatte (come quelle mediche, psicoterapeutiche, sociali).
Si confonde spesso il counseling col semplice dare consigli, per lo più su come vivere (bene). Ciò non deve, a mio avviso, creare sconcerto, che il counseling contiene dentro di sé ciò (etimologicamente e come significato profondo), ma contiene anche la capacità, acquisita con la professionalizzazione, di guidare a cercare dentro di sé il “proprio consiglio”, a volte anche suggerendo la strada per ottenere ciò, lungo dialoghi di costruzione e confronto. Non si conoscono risposte valide per ognuno, neanche se il counselor le avesse trovate per sé stesso. Ciò che accade durante queste consultazioni, è forse di porgere domande e risposte con atteggiamento riflessivo, aperto al significato, pronto a confrontarsi con idealizzazioni e realtà ineliminabili. Il counseling cerca di riportare alla serenità sufficiente per sopportare la vita, quindi accettarla e di conseguenza agire per una sua evoluzione.
Durante il congresso si è sentito da più voci richiamare il discorso che dai tempi antichi l’uomo svolge con sé stesso, circa la propria natura, il perché delle cose, il destino. Un discorso infinito, come gli esseri umani. Dai filosofi abbiamo ascoltato ed imparato, che questo discorso richiede molte conoscenze e metodo per essere svolto con umile utilità. Dai medici abbiamo appreso che curare sé stessi significa tanto praticare riparazioni quanto sopportarle e supportarle. Dagli psicologi, e dagli psicoterapeuti, si è appreso quanto profondo ed intricato possa essere l’animo umano, e che solo un’importante formazione del terapeuta evita di perdere sé stessi ed il proprio cliente in un mondo infero e pericoloso per la salute complessiva. Dai sociologi ci è giunta la convinzione di dover sapere come muoverci all’interno di una complessità che dobbiamo ancora imparare a maneggiare, per evitare semplificazioni che contribuiscano a rendere il tutto complicato e difficile.
E tutti questi esperti, non hanno altro che rinforzato la radice culturale del counseling, che consiste proprio in una ampia capacità culturale di confronto con il sapere e con la realtà degli esseri viventi.
Il counselor, quindi, quale guida esperta, non ha in mano la soluzione, ma solo il metodo per non perdersi nelle tante strade che ognuno di noi segue alla ricerca del senso della propria esistenza, soprattutto quando questo è messo in dubbio da ostacoli, grandi o piccoli, ma decisivi.
Grazie a questo congresso, più di altri in passato, il confronto è stato arricchente, capace di far considerare come il counseling sia tutt’altro che un semplice palliativo (o peggio una via breve e truffaldina per evitare formazioni onerose ed impegnative e poter così svolgere altre professioni), quanto piuttosto una forma d’aiuto specifica, delimitata, volta a sostenere gli individui nel loro percorso di riattribuzione di senso e dignità come esseri umani.
Grazie, quindi, a chi ha organizzato e così ben saputo orchestrare, tutte le voci che si sono alternate in questi due giorni, e che hanno fatto ben sperare che il counseling non rimanga un fratello povero che ruba in tavola a più fortunati fratelli, ma un degno alleato di medici e psicologi nel realizzare un aiuto alla persona che tenga conto della complessità di questo tempo e della necessità di svolgere domande di sapore filosofico a sé stessi per fronteggiare le nuove sfide al cambiamento che ci aspettano.
Torino, dicembre 2015
Andrea Gogliani